Il 21 luglio 2026 il Financial Times ha rivelato un dettaglio destinato a ridisegnare l'ecosistema dell'intelligenza artificiale aperta: le autorità cinesi stanno valutando di irrigidire i controlli all'export sui propri modelli di IA e sui semiconduttori. Non si parla di componenti importati dall'Occidente, ma di tecnologia sviluppata in casa. Per la prima volta Pechino ragiona su come trattenere entro i propri confini i pesi dei modelli che, negli ultimi due anni, ha invece diffuso liberamente in tutto il mondo.

La notizia è stata poi ripresa e confermata da Reuters e da diverse testate internazionali. Il quadro che emerge è quello di un cambio di paradigma: l'IA avanzata smette di essere una tecnologia liberamente commerciabile e diventa, agli occhi di entrambe le superpotenze, un asset strategico da proteggere.

Cosa ha chiesto il MOFCOM alle aziende cinesi

Al centro della manovra c'è il MOFCOM, il Ministero del Commercio cinese, che ha avviato un giro di consultazioni riservate con i grandi nomi del settore. Secondo il Financial Times, tra le aziende coinvolte figurano Alibaba, ByteDance e Zhipu (la società dietro il marchio Z.ai). Le richieste ruotano attorno a due nodi precisi.

  • Il trasferimento all'estero dei dati di addestramento chiave. Pechino valuta di limitare l'esportazione dei dataset più preziosi, considerati la materia prima strategica dei modelli di frontiera.
  • Il download dei pesi da parte di utenti stranieri. È il punto più dirompente: impedire che chi si trova fuori dalla Cina possa scaricare i weights, cioè i parametri numerici che costituiscono il modello vero e proprio.

La logica è chirurgica. Chi vuole usare un modello cinese potrebbe continuare a farlo come servizio, tramite API e cloud, ma non potrebbe più portarsi a casa il file dei pesi per eseguirlo sui propri server. La differenza è enorme: un conto è affittare l'accesso, un altro è possedere il modello.

Il MOFCOM ha inoltre sondato il terreno su una seconda leva, quella dei chip. L'ipotesi è impedire a produttori esteri come Qualcomm e TSMC di fabbricare semiconduttori avanzati basati su design sviluppati da aziende cinesi quali Huawei, Alibaba e ByteDance. In pratica, Pechino vuole evitare che il proprio know-how progettuale finisca stampato su silicio all'estero, fuori dal suo controllo.

Perché colpire i pesi dei modelli open cambia tutto

Per capire la portata della mossa bisogna ricordare da dove arriva l'IA cinese. Modelli come DeepSeek, Qwen (Alibaba), GLM (Zhipu) e Kimi (Moonshot) sono “open-weight”: chiunque può scaricarne i parametri, eseguirli in locale, adattarli, integrarli in un prodotto. Sono tra i modelli più scaricati al mondo su piattaforme come Hugging Face, e hanno costruito la reputazione tecnologica cinese proprio sulla loro apertura radicale.

Introdurre controlli all'export significherebbe chiudere il rubinetto che ha reso quei modelli globali. Un modello open smette di essere open nel momento in cui non lo puoi più scaricare legalmente. Le misure, spiegano le fonti, potrebbero confluire nella prossima revisione del catalogo cinese delle tecnologie vietate o soggette a restrizione per l'export: lo stesso strumento normativo con cui Pechino, in passato, ha bloccato l'uscita di tecnologie sui magneti alle terre rare.

Shanghai, cuore finanziario della Cina: il Paese valuta di trattare i propri modelli di IA come asset strategici da trattenere. Foto: Neil Ni / Pexels

Va precisato un punto per non alimentare allarmismi: molte proposte restano in fase di revisione. Le persone coinvolte nelle discussioni hanno riferito che i regolatori stanno ancora soppesando il feedback dell'industria prima di qualsiasi decisione finale. Non c'è ancora un divieto, ma la sola direzione di marcia è significativa.

Cina e USA si specchiano sui controlli

Il dettaglio più politico è il rovesciamento simbolico. Per anni sono stati gli Stati Uniti a imporre controlli all'export verso la Cina, bloccando la vendita delle GPU più avanzate di Nvidia e limitando l'accesso alle macchine litografiche più sofisticate. La logica americana era: negare all'avversario la capacità di calcolo necessaria per l'IA di frontiera.

Ora Pechino guarda allo stesso strumento da una prospettiva speculare. Se gli USA proteggono l'hardware, la Cina valuta di proteggere il software e i design. È il segno che il vantaggio cinese si è spostato: sui modelli aperti e su alcune architetture di chip, Pechino ha qualcosa da difendere. Come nota il Council on Foreign Relations, entrambe le potenze stanno ormai trattando la capacità di IA come un bene controllato piuttosto che come una tecnologia liberamente scambiabile.

Per la prima volta, i due leader mondiali dell'IA trattano entrambi la capacità avanzata dei modelli come un asset strategico da proteggere, non come una tecnologia da diffondere.
I design dei chip cinesi al centro della manovra: Pechino valuta di impedirne la fabbricazione all'estero. Foto: Ivan Chumak / Pexels

Cosa rischia chi in Europa usa DeepSeek o Qwen

Qui la vicenda smette di essere geopolitica astratta e diventa concreta per chi lavora con questi modelli. Uno sviluppatore italiano che oggi scarica Qwen o DeepSeek, li ospita sui server della propria azienda e li integra in un prodotto, si troverebbe di fronte a uno scenario nuovo.

  1. Fine del controllo sui dati. Molte aziende europee scelgono i modelli open cinesi proprio per eseguirli on-premise e non far uscire dati sensibili verso API esterne. Se restasse solo l'accesso via cloud cinese, quel vantaggio in termini di sovranità del dato svanirebbe, con evidenti nodi di conformità al GDPR.
  2. Incertezza sugli aggiornamenti. Chi ha già scaricato un modello continuerebbe a usarlo, ma le versioni future potrebbero non essere più disponibili al download. Da qui il consiglio, già circolato tra gli addetti ai lavori, di conservare localmente i pesi delle versioni che si intende usare.
  3. Ripensare la strategia di fornitura. Le aziende europee che avevano puntato sull'apertura cinese come alternativa economica ai modelli americani dovrebbero diversificare, riscoprendo le alternative europee (Mistral) e i modelli open occidentali.

Come ha sottolineato anche The Next Web, il paradosso è che l'ecosistema open globale si è nutrito per metà di lavoro cinese: un giro di vite di Pechino non colpirebbe solo la Cina, ma l'intera comunità open source che su quei modelli ha costruito prototipi, ricerca e prodotti.

Il tassello CAC e i prossimi mesi

C'è un ultimo fronte da tenere d'occhio. La Cyberspace Administration of China (CAC) sta aggiornando le “Misure provvisorie” del 2023 sui servizi di IA generativa, con un periodo di consultazione pubblica atteso proprio ad agosto 2026. Se i controlli all'export del MOFCOM e la nuova cornice della CAC dovessero muoversi in parallelo, il risultato sarebbe un impianto regolatorio cinese più chiuso su entrambi i lati: verso l'interno e verso l'esterno.

Per ora restano proposte in revisione. Ma la traiettoria è tracciata: dopo aver conquistato il mondo con l'apertura, l'IA cinese potrebbe scegliere di richiudersi. E chi in Europa ha costruito sopra quei pesi liberi farebbe bene a prepararsi a uno scenario in cui “scarica ora ciò che usi” smette di essere un consiglio e diventa una necessità.