Giovedi' 28 maggio 2026 CNN ha depositato una causa contro Perplexity davanti alla Corte distrettuale del Distretto Sud di New York, accusando il motore di ricerca basato sull'intelligenza artificiale di aver copiato e distribuito illecitamente i propri contenuti. Nell'atto, l'emittente parla di oltre 17.000 articoli, foto, video e altri materiali raccolti e usati per alimentare i prodotti dell'azienda. E' la prima azione legale di CNN contro una societa' di IA e, secondo l'emittente, la prima intentata da una rete televisiva.
Di cosa accusa CNN
Secondo la denuncia, Perplexity preleva i contenuti di CNN sia dai siti dell'emittente sia da piattaforme di terze parti, e li usa in tempo reale come input per i propri modelli linguistici, generando risposte alle domande degli utenti. Il risultato, sostiene CNN, e' che quando una persona chiede a Perplexity informazioni su una notizia, il sistema attinge direttamente al lavoro dei giornalisti dell'emittente senza inviare l'utente al sito di CNN e senza pagare per quell'accesso.
E' il cuore del conflitto economico tra editori e motori IA: il modello tradizionale del web prevedeva che i motori di ricerca mandassero traffico ai siti in cambio dei contenuti indicizzati. Gli strumenti che rispondono direttamente, riassumendo le fonti, rompono questo patto e tagliano fuori clic, abbonamenti e ricavi pubblicitari degli editori.
La replica di Perplexity: "i fatti non si copyright-ano"
L'azienda guidata da Aravind Srinivas ha respinto le accuse, sostenendo in sostanza che "non si possono proteggere con il diritto d'autore i fatti". E' la stessa linea difensiva usata in passato dalle societa' di IA: i fatti e le informazioni sono di pubblico dominio, e riportarli sintetizzandoli non equivarrebbe a copiare l'espressione originale protetta. CNN ribatte che qui non si tratta di semplici fatti, ma della riproduzione e ridistribuzione del proprio lavoro editoriale.
La distinzione e' tecnica ma decisiva. La legge sul diritto d'autore non tutela le notizie in se' — chiunque puo' riferire che e' avvenuto un certo evento — ma protegge il modo in cui quelle notizie sono raccontate: la selezione, l'organizzazione, la scrittura, le immagini e i video prodotti dalla redazione. CNN sostiene che Perplexity non si limiti a riportare fatti, ma riproponga in forma riconoscibile il valore aggiunto del proprio giornalismo, sottraendo all'editore sia il pubblico sia i ricavi che ne derivano. Su questo crinale si giochera' gran parte della causa.
L'emittente afferma di aver provato a negoziare un accordo di licenza con Perplexity lo scorso anno, senza trovare un'intesa. Chiede ora un risarcimento economico non quantificato e un'ingiunzione che vieti a Perplexity di continuare a violare la sua proprieta' intellettuale.
Non e' un caso isolato
Perplexity e' gia' sotto pressione legale da parte di altri grandi editori, tra cui il New York Times e il Chicago Tribune. Il fronte e' lo stesso che vede contrapposti gli editori e l'intero settore: dalle cause degli autori contro Anthropic e OpenAI fino alle dispute dell'industria musicale con i generatori audio. In molti casi la posta in gioco e' enorme, e qualche soggetto ha scelto la via degli accordi di licenza invece del tribunale.
Licenze o tribunale: due strade per gli editori
Davanti all'avanzata dei motori IA, gli editori si sono divisi su due strategie. C'e' chi ha scelto la via dell'accordo: diverse testate internazionali hanno firmato licenze milionarie con OpenAI e altri laboratori, mettendo a disposizione i propri archivi in cambio di compensi e, in alcuni casi, di attribuzione e collegamenti. E c'e' chi ha scelto il tribunale, convinto che un negoziato al ribasso finirebbe per svendere il valore del proprio lavoro. CNN, dopo un tentativo di accordo fallito, si colloca chiaramente nel secondo gruppo.
La differenza non e' solo tattica. Una causa vinta dagli editori riscriverebbe i rapporti di forza: costringerebbe le societa' di IA a pagare per addestrarsi sui contenuti e per citarli nelle risposte, trasformando le notizie in una materia prima con un prezzo. Una sconfitta, al contrario, consoliderebbe l'idea che riassumere fonti di terzi sia un uso lecito, lasciando agli editori solo la leva tecnica del blocco dei crawler — un argine fragile, facilmente aggirabile attraverso le piattaforme di terze parti.
Perche' la sentenza pesera' su tutto il settore
La domanda di fondo e' se l'uso di contenuti protetti per generare risposte rientri nel fair use, il principio statunitense che consente certi utilizzi senza autorizzazione. Una decisione favorevole agli editori spingerebbe i motori IA verso accordi di licenza diffusi e pagamenti agli autori dei contenuti; una favorevole a Perplexity legittimerebbe il modello attuale di sintesi delle fonti. Per chi pubblica notizie — comprese le testate che, come AI Notizie, fanno reporting originale e citano le proprie fonti — l'esito definira' le regole economiche del rapporto con l'IA per gli anni a venire. La vicenda e' raccontata in dettaglio da CNN Business e NPR.



