Il Garante per la protezione dei dati personali chiede al Parlamento italiano nuovi poteri per bloccare in tempo reale dall'Italia le piattaforme che generano deepfake e nudi AI non consensuali. La posizione, contenuta in un documento ufficiale del 6 maggio 2026 e ribadita nella memoria depositata in Commissione, e' la prima vera presa di campo formale dell'Autorita' su un tema che ha attraversato l'agenda politica negli ultimi mesi.
Il contesto e' noto: il caso che ha coinvolto la premier Giorgia Meloni con un video deepfake a sfondo sessuale costruito da un sito poi sequestrato, la diffusione tra adolescenti di app che "svestono" le compagne di scuola, l'esplosione di account social che usano voci clonate di volti noti. Il Garante riconosce che gli strumenti attuali, basati su ordini ex post che richiedono mesi, non bastano piu'.
Cosa chiede il Garante in concreto
Il documento articola la richiesta su tre fronti.
- Blocco rapido: facolta' di ordinare in tempi compressi – ore, non settimane – ai provider italiani di non risolvere il DNS o di filtrare l'IP di piattaforme estere che ospitano sistemi di nudificazione, deepfake sessuali o voice cloning senza consenso.
- Procedura preventiva: possibilita' di intervenire prima che il contenuto si propaghi, in deroga al modello classico di reclamo-istruttoria-decisione.
- Coordinamento europeo: cooperazione strutturata con AgID, ACN e le autorita' di vigilanza degli altri Stati membri sotto l'AI Act.
I precedenti: Clothoff, Grok, ChatGPT
Non e' la prima volta che il Garante interviene sul tema. A ottobre 2025 ha disposto il blocco dall'Italia di Clothoff, una delle piattaforme piu' note di nudificazione AI, con sede in Bielorussia. A gennaio 2026 e' arrivato un provvedimento di avvertimento generale agli utilizzatori di servizi AI come Grok, ChatGPT e altre piattaforme analoghe per usi che ledono la dignita' delle persone.
Come riassume PrimaOnline, il Garante ricorda che la diffusione di un deepfake puo' fare danni irreversibili in poche ore: la velocita' di intervento e' la differenza tra un caso isolato e un'umiliazione pubblica permanente.
Cosa dice l'AI Act
La richiesta italiana arriva in scia all'accordo politico Ue del 7 maggio sul Digital Omnibus, che ha confermato il rinvio di alcune scadenze dell'AI Act ma ha introdotto un divieto esplicito per i sistemi di intelligenza artificiale che generano contenuti sessuali o intimi non consensuali e materiale pedopornografico, e dei sistemi che producono nudi da immagini reali senza consenso.
Dal 2 agosto 2026 scatteranno le prime sanzioni piene: fino al 7% del fatturato globale per le pratiche vietate, fino al 3% per la non conformita' sui sistemi ad alto rischio, fino all'1% per informazioni scorrette alle autorita'. In Italia l'AgID e' autorita' di notifica, l'ACN e' autorita' di sorveglianza del mercato.
Il rischio: blocco DNS e censura collaterale
La richiesta del Garante e' destinata a far discutere. Le associazioni dei consumatori e le ONG digitali, gia' attive sul tema, vedono il rischio di una censura tecnica ampia: bloccare via DNS un dominio significa anche colpire eventuali contenuti leciti ospitati sullo stesso indirizzo, e in passato i provvedimenti italiani contro siti pirata hanno gia' generato falsi positivi rilevanti.
I tecnici sottolineano che la procedura ipotizzata richiede contromisure: una commissione di esperti per la valutazione tecnica del sito, possibilita' di reclamo accelerato, trasparenza pubblica delle decisioni. Senza queste garanzie, il rischio e' di replicare i meccanismi del Piracy Shield con tutte le sue criticita'.
Cosa succede ora
La memoria del Garante e' all'esame della Commissione Affari Costituzionali. La probabilita' di un emendamento al decreto omnibus in scia all'accordo europeo e' alta: l'Italia sara' il primo grande Paese Ue a darsi uno strumento di blocco preventivo specifico per i sistemi di nudificazione AI, in anticipo sull'AI Act ma allineato con il Digital Services Act. La sfida tecnica e politica e' costruire una procedura veloce e proporzionata, capace di proteggere le vittime senza trasformarsi in una scorciatoia per censurare contenuti scomodi. Aziende come le associazioni dei consumatori chiedono di partecipare al disegno della procedura.




