L'Europa voleva rispondere alla corsa globale ai data center con cinque "gigafactory" dell'intelligenza artificiale. A inizio giugno 2026, però, quel piano da 20 miliardi di euro (circa 23,3 miliardi di dollari) appare in seria difficoltà, tra ritardi e incertezze sui finanziamenti che stanno allontanando i potenziali partner. A raccontarlo è Bloomberg, in un'inchiesta ripresa da diverse testate tecnologiche.

Gara rinviata e fondi che arrivano troppo tardi

Il primo segnale è il calendario. La tornata di offerte inizialmente prevista per maggio è stata rinviata a luglio, come confermato dal viceministro polacco al digitale Dariusz Standerski, coinvolto nei negoziati europei. Ma il problema più profondo riguarda i soldi: secondo le ricostruzioni, solo due dei cinque centri previsti potranno ricevere fondi prima del prossimo ciclo di bilancio dell'Unione, che parte nel 2028.

Il meccanismo prevede 4,1 miliardi di sussidi europei, una cifra equivalente a carico degli Stati membri che ospitano gli impianti e il resto a carico degli investitori privati. Il punto critico è la struttura "a fasi", con risorse stanziate nel 2028 e nel 2030: in pratica i contributi arriverebbero anni dopo il momento in cui l'infrastruttura serve davvero. In un settore dove i tempi si misurano in mesi, un ritardo di questo tipo equivale a perdere il treno.

Le gigafactory dovrebbero offrire all'Europa capacità di calcolo sovrana per addestrare modelli di frontiera.

Dai 70 candidati ai dieci rimasti

L'effetto combinato di rinvii, lacune nei finanziamenti e "paletti mobili" si vede nei numeri della partecipazione. Secondo le fonti citate, la platea di aziende interessate si è ristretta da circa 70 a una decina, con almeno due consorzi che stanno riconsiderando la propria candidatura. È un'erosione che mette a rischio la stessa idea di una capacità di calcolo "sovrana" europea, capace di ridurre la dipendenza da fornitori statunitensi e cinesi.

Il confronto impietoso con gli investimenti privati

A rendere ancora più evidente il divario è il paragone con ciò che si muove fuori dai programmi pubblici. SoftBank ha annunciato fino a 75 miliardi di euro di investimenti in data center nella sola Francia: più del triplo dell'intero programma europeo. Quando un singolo operatore privato mette sul piatto cifre del genere in un solo Paese, l'iniziativa comunitaria rischia di apparire sottodimensionata e lenta.

La posta in gioco è alta anche per l'Italia, che ambisce a ospitare infrastrutture di calcolo e a far crescere il proprio ecosistema di IA. Senza una capacità di addestramento competitiva sul territorio europeo, modelli, startup e centri di ricerca continueranno a dipendere da cloud extra-UE, con implicazioni su costi, sovranità dei dati e applicazione concreta dell'AI Act. La Commissione ha tempo fino all'estate per rimettere in carreggiata il progetto: il rinvio di luglio sarà il primo vero banco di prova.

Cos'è una gigafactory dell'IA

Vale la pena chiarire di cosa si parla, perché il termine "gigafactory" — preso in prestito dal mondo delle batterie — può confondere. Non si tratta di fabbriche di prodotti fisici, ma di data center di dimensioni eccezionali, pensati per ospitare decine di migliaia di acceleratori e mettere a disposizione di ricercatori e imprese europee la potenza di calcolo necessaria ad addestrare modelli di frontiera. L'obiettivo strategico è la cosiddetta sovranità digitale: poter sviluppare e far girare sistemi di IA su infrastrutture europee, riducendo la dipendenza dai grandi fornitori cloud statunitensi e dai laboratori cinesi.

Il rischio dei ritardi, dunque, non è solo economico ma politico. Mentre l'Europa discute di calendari e tranche di bilancio, gli operatori privati costruiscono altrove alla velocità imposta dal mercato. Se il divario si allargasse troppo, le imprese e i centri di ricerca del continente — quelli italiani inclusi — si troverebbero a noleggiare capacità di calcolo da chi ha investito prima e di più, con tutto ciò che ne consegue in termini di costi e di controllo sui dati più sensibili. È la ragione per cui il dossier delle gigafactory è considerato uno dei test più importanti per la credibilità della strategia digitale dell'Unione.