Per la prima volta, sul web ci sono più macchine che persone. Lo dicono due misurazioni distinte e convergenti: secondo i dati di Cloudflare Radar i bot generano il 57,5% del traffico HTML, contro il 42,5% degli umani; secondo il Bad Bot Report 2026 di Imperva, calcolato su tutto il traffico web del 2025, le richieste automatizzate sono il 53%, contro il 47% di quelle umane. È il secondo anno consecutivo in cui i bot superano le persone, e la quota continua a crescere.

I numeri: 57,5% secondo Cloudflare, 53% per Imperva

La cifra più citata del 2026 è arrivata all'inizio di giugno da Matthew Prince, cofondatore e CEO di Cloudflare, che ha condiviso i dati di Cloudflare Radar: i bot generano ormai oltre la metà delle richieste HTML sulla rete dell'azienda. Prince aveva previsto questo sorpasso, ma se lo aspettava circa un anno più tardi. Imperva, dal canto suo, conferma la tendenza con una metodologia diversa: nel 2024 il traffico automatizzato era al 51%, oggi è al 53%, mentre quello umano scende al 47%.

Perché le due cifre non vanno mediate

57,5% e 53% non sono lo stesso numero detto in due modi, e mediarli sarebbe un errore. La misurazione di Cloudflare riguarda le richieste HTML HTTP sulla sua rete ed esclude esplicitamente streaming video, email e gaming. Imperva conta invece tutto il traffico web, incluse le chiamate alle API e quelle generate dalle app. Sono due fotografie scattate con obiettivi diversi: entrambe mostrano lo stesso fenomeno, ma su perimetri differenti. È un punto importante per non cadere nella trappola dei titoli a effetto.

Buona parte del nuovo traffico automatizzato nasce dai crawler che alimentano i modelli di IA.

Cosa c'è dietro la crescita: crawler e agenti IA

L'accelerazione del traffico automatizzato non è casuale: è figlia dell'esplosione dell'intelligenza artificiale. Da un lato ci sono i crawler che raccolgono pagine per addestrare e aggiornare i modelli linguistici, oltre a quelli che recuperano fonti in tempo reale per rispondere alle domande degli utenti (come fanno gli assistenti di ricerca). Dall'altro crescono gli agenti IA, software che navigano i siti al posto delle persone per prenotare, comparare prezzi o compilare moduli. A questi si somma la quota storica di bot malevoli: scraping aggressivo, tentativi di login automatizzati, frodi.

Cosa cambia per chi gestisce un sito

Per editori, e-commerce e piccole imprese le conseguenze sono concrete. Il traffico bot consuma banda e risorse server senza generare ricavi pubblicitari, falsa le statistiche di visita e, nel caso dei crawler IA, solleva la questione di chi può usare i contenuti e a quali condizioni. Molti gestori stanno reagendo con strumenti per identificare e regolare gli accessi automatizzati: file robots.txt più rigidi, sistemi di gestione dei bot, e nuove proposte per far pagare ai crawler l'accesso ai contenuti. La distinzione chiave non è più "umano o bot", ma "bot utile o bot dannoso".

La teoria della "dead internet" e quanto è reale

Il sorpasso alimenta la cosiddetta "dead internet theory", l'idea che la rete sia ormai dominata da contenuti e interazioni generate dalle macchine. È bene tenere i piedi per terra: il fatto che i bot generino più richieste non significa che i contenuti che leggiamo siano falsi o che gli utenti reali siano spariti. Significa piuttosto che l'infrastruttura del web sta cambiando natura, diventando sempre più un terreno popolato da software che parlano con altro software. La sfida dei prossimi anni sarà progettare regole e strumenti che permettano ai bot utili di funzionare, tenendo fuori quelli dannosi e proteggendo il lavoro di chi i contenuti li produce.