Riconoscimento facciale in tempo reale, sistemi di intelligenza artificiale a supporto delle indagini, un nuovo reato per chi non protegge quei sistemi: lo schema di decreto legislativo che attua in Italia la legge 132/2025 sull'IA nelle forze di polizia è in esame al Senato, e ha già acceso lo scontro. Il 30 luglio l'associazione Antigone ne ha chiesto il ritiro, denunciando il «rischio di sorveglianza di massa e derive autoritarie». È il capitolo più delicato dell'attuazione italiana delle regole europee sull'IA.

Cosa prevedono gli schemi di decreto

Il governo ha approvato in via preliminare, il 10 giugno, due schemi di decreto legislativo. Il primo — l'Atto del Governo n. 418, composto da 22 articoli — disciplina l'uso dei sistemi di IA nell'attività di polizia, la responsabilità civile e penale connessa e, soprattutto, le eccezioni ai divieti di riconoscimento facciale. Il secondo, l'Atto del Governo n. 421, riguarda i poteri delle autorità nazionali e l'impiego dell'IA nella formazione. Entrambi sono ora all'esame parlamentare per il parere delle commissioni.

Sul piano della governance, il quadro affida ad AgID il ruolo di autorità di notifica e all'Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN) quello di autorità di vigilanza del mercato e punto di contatto unico con l'Unione europea, con competenze settoriali riservate a Banca d'Italia, Consob, Ivass e Garante privacy.

Il decreto disciplina le eccezioni ai divieti di riconoscimento facciale in tempo reale per le forze di polizia.

Il nuovo reato e i paletti sulla biometria

La novità che più interessa il diritto penale è l'introduzione dell'articolo 437-bis del codice penale — «omessa adozione di misure di sicurezza nei sistemi di intelligenza artificiale» — con pene che, secondo la ricostruzione di Sistema Penale, vanno da 1 a 5 anni quando è in pericolo la sicurezza individuale, e salgono a 2-8 anni quando a essere minacciata è la sicurezza pubblica o dello Stato. È il tentativo di responsabilizzare chi gestisce sistemi critici, imponendo per legge standard di protezione.

Sul riconoscimento biometrico in tempo reale, il testo prova a fissare paletti: l'identificazione remota sarebbe limitata a reati gravi specifici — terrorismo, tratta di esseri umani, ricerca di persone scomparse — con autorizzazione del pubblico ministero, di norma per un periodo fino a 15 giorni, e con procedure d'urgenza soggette a convalida successiva.

Perché Antigone chiede il ritiro

Proprio su quei paletti si concentra la critica. L'associazione Antigone, per voce del presidente Patrizio Gonnella, ha chiesto il ritiro del decreto denunciando garanzie insufficienti. Tre i punti contestati: l'attivazione della biometria tramite una semplice comunicazione — anche orale — al pubblico ministero, invece di un'autorizzazione giudiziale preventiva; la possibilità di raccolta biometrica preventiva anche su persone non sospettate in occasione di eventi; e la debolezza della supervisione umana sui sistemi automatici.

Antigone chiede che ogni sistema biometrico sia subordinato a un'autorizzazione giudiziale preventiva e che ne sia vietato l'uso durante manifestazioni e scioperi — cioè nei contesti dove la sorveglianza rischia di comprimere la libertà di riunione e di espressione. Anche il presidente del Garante per la privacy è stato ascoltato in audizione parlamentare sullo schema di decreto, segno di quanto la materia tocchi diritti fondamentali.

Il nodo più contestato: l'uso della biometria in tempo reale durante eventi e manifestazioni pubbliche.

Il paradosso del calendario europeo

C'è un dettaglio che rende la vicenda ancora più significativa. Mentre l'Italia stringe le viti sull'uso più sensibile dell'IA — quello di polizia e sorveglianza — l'Unione europea, con il pacchetto «Digital Omnibus» entrato in vigore a fine luglio, ha rinviato di oltre un anno gli obblighi più pesanti per i sistemi ad alto rischio. Il nostro Paese si trova così a legiferare in anticipo proprio sul terreno dove i margini di errore, in termini di diritti civili, sono più stretti.

La posta in gioco è alta e non riguarda solo gli addetti ai lavori. Da un lato ci sono esigenze reali di sicurezza e di indagine, che l'IA può rendere più efficaci; dall'altro il rischio, concreto secondo i critici, di normalizzare una capacità di sorveglianza che in una democrazia va tenuta sotto stretto controllo giudiziario. Il passaggio parlamentare dei prossimi mesi dirà quale equilibrio prevarrà, e se le richieste di maggiori garanzie troveranno spazio nel testo finale. Per i cittadini, è una delle poche occasioni in cui le regole astratte sull'intelligenza artificiale diventano molto concrete: chi può guardarci, quando e con quali controlli.