Il 29 maggio 2026, presentando la Relazione annuale della Banca d'Italia, il governatore Fabio Panetta ha messo l'intelligenza artificiale al centro del discorso sull'economia italiana: puo' diventare la leva decisiva per rilanciare una produttivita' ferma da decenni, ma "il suo potenziale non si realizzera' in automatico". La cifra che ha fatto il giro dei giornali e' netta: in uno scenario di diffusione rapida e pervasiva la produttivita' del lavoro potrebbe crescere di oltre un punto percentuale all'anno; in uno scenario di adozione lenta, appena di 0,2 punti. La differenza tra le due ipotesi e', di fatto, il futuro della competitivita' del Paese.

I numeri: dal +0,2% al +1% di produttivita'

La forbice tra i due scenari e' tutta la posta in gioco. Per un Paese che negli ultimi venticinque anni ha visto la produttivita' crescere a passo di lumaca, e spesso ristagnare, un punto in piu' all'anno significa una differenza enorme accumulata nel tempo: sul lungo periodo si traduce in salari piu' alti, conti pubblici piu' sostenibili e maggiore capacita' di reggere l'invecchiamento della popolazione. Panetta ha legato esplicitamente questo risultato a due condizioni: la diffusione dell'IA tra le imprese, soprattutto le piccole e medie che formano l'ossatura del tessuto produttivo italiano, e la capacita' di integrarla nei processi, "anche attraverso l'intervento pubblico".

La Relazione annuale lega il rilancio della produttivita' alla diffusione dell'IA.

Il 30% delle imprese usa l'IA, solo il 5% lo fa sul serio

Qui sta il nodo. Secondo i dati citati nella Relazione, la quota di imprese italiane che usa l'intelligenza artificiale e' salita al 30%, ma solo il 5% la impiega in modo intensivo. La maggioranza si limita ad applicazioni semplici, che aumentano la produttivita' del singolo dipendente ma non trasformano in profondita' il modo di lavorare dell'azienda. E' la differenza tra usare un assistente conversazionale per scrivere un'email piu' in fretta e ridisegnare un'intera linea di processo attorno all'automazione: il primo caso da' un piccolo guadagno individuale, il secondo cambia la produttivita' dell'organizzazione. Il salto richiede investimenti, competenze interne e una visione che molte PMI, da sole, faticano ad avere.

Il rischio disuguaglianze e la ricetta sulla formazione

Panetta non ha nascosto il rovescio della medaglia. I benefici dell'IA, ha avvertito, rischiano di concentrarsi nelle mani di chi ha competenze piu' elevate, allargando le disuguaglianze tra lavoratori, tra imprese e tra territori. La risposta indicata e' tutta sul capitale umano: investimenti in formazione, riqualificazione professionale e rafforzamento delle competenze. Senza questo, la tecnologia rischia di premiare i gia' avvantaggiati e di lasciare indietro chi svolge mansioni piu' facilmente automatizzabili. E' un tema che si lega al dibattito globale sull'impatto dell'IA sul lavoro, su cui anche i vertici dei grandi laboratori hanno corretto di recente le proprie previsioni.

L'errore degli anni Novanta che l'Italia non deve ripetere

Il monito storico e' forse la parte piu' politica del discorso. L'Italia, ha ricordato Panetta, arrivo' in ritardo alla rivoluzione digitale degli anni Novanta su informatica, internet e telecomunicazioni, e quel ritardo pesa ancora oggi sulla competitivita' del Paese e sui divari con il resto d'Europa. Il governatore ha invitato a non ripetere lo stesso errore con l'intelligenza artificiale, guardando "al futuro e ai giovani".

Il salto di produttivita' dipende da quanto a fondo le imprese integrano l'IA.

Il quadro si inserisce in un contesto europeo in cui, secondo i dati piu' recenti, l'Italia resta sotto la media UE nell'adozione dell'IA, mentre iniziative come l'acceleratore per le PMI promosso da OpenAI con Confartigianato e l'apertura di sedi italiane da parte dei grandi laboratori, da Anthropic in giu', provano ad accorciare la distanza. La Relazione di Bankitalia, in fondo, dice una cosa scomoda ma chiara: la tecnologia c'e' ed e' alla portata di tutti, ma manca ancora la capacita' diffusa di usarla per cambiare davvero il modo di produrre. Il resto dipende da scelte politiche e imprenditoriali, non dalla tecnologia in se'.

Cosa serve perche' lo scenario migliore si realizzi

Tradurre il monito in pratica significa intervenire su piu' fronti contemporaneamente. Servono incentivi mirati che spingano le PMI non solo a comprare strumenti di IA, ma a riorganizzare i processi attorno a essi; servono competenze diffuse, perche' un'azienda adotta davvero l'IA solo se ha dentro persone capaci di usarla e di metterla in discussione; e serve un'infrastruttura digitale, dalla connettivita' alla disponibilita' di capacita' di calcolo, che non lasci indietro i territori meno sviluppati. Panetta ha insistito anche sul ruolo dello Stato come acquirente e regolatore, capace di orientare il mercato con i propri appalti. E' un programma ambizioso, che richiede continuita' negli anni: senza una strategia di lungo periodo, avverte implicitamente la Relazione, il rischio e' di restare nello scenario lento, quello dello 0,2% l'anno, mentre altri Paesi corrono.

Vale la pena ricordare che la stima di Panetta non e' un caso isolato. Diversi studi internazionali, da quelli dei grandi centri di ricerca economica alle analisi delle banche d'investimento, collocano l'impatto potenziale dell'IA sulla produttivita' delle economie avanzate in una forbice simile, sottolineando ogni volta lo stesso punto: i guadagni non arrivano dall'acquisto della tecnologia, ma dalla sua diffusione capillare e dal cambiamento organizzativo che la accompagna. Per l'Italia, dove convivono poche grandi imprese all'avanguardia e una vastissima platea di micro e piccole aziende, questo significa che il vero terreno di gioco non sono i laboratori di ricerca, ma le migliaia di realta' produttive che dovranno decidere se e come integrare questi strumenti nel lavoro di tutti i giorni.