I quattro maggiori gruppi tecnologici americani — Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta — hanno in programma per il 2026 investimenti in conto capitale per circa 725 miliardi di dollari, in crescita di quasi il 77% rispetto ai 410 miliardi del 2025. E' una cifra che da sola supera il prodotto interno lordo di molti Paesi, e racconta meglio di qualsiasi annuncio la fase in cui si trova l'intelligenza artificiale: una corsa all'infrastruttura senza precedenti, di cui i fatti di questa settimana sono solo l'ultima conferma.

Chi spende quanto

I numeri, emersi dalle ultime trimestrali e dalle indicazioni fornite agli investitori, parlano chiaro. Amazon punta a circa 200 miliardi di dollari di investimenti; Microsoft viaggia verso i 190 miliardi nell'anno solare; Alphabet ha indicato una forbice tra 175 e 185 miliardi; Meta tra 115 e 135 miliardi. La maggior parte di queste somme finisce in data center, chip e reti elettriche per addestrare ed eseguire modelli di IA sempre piu' grandi.

La differenza con il passato e' che i ritorni iniziano a vedersi: Google Cloud nell'ultimo trimestre ha registrato ricavi in crescita di oltre il 63% su base annua, e i tre principali fornitori di cloud — AWS, Azure e Google Cloud — hanno accelerato. E' la ragione per cui, nelle ultime trimestrali, i mercati hanno trattato in modo diverso le aziende: hanno premiato chi mostrava ricavi reali collegati all'IA e punito chi annunciava miliardi di spesa senza altrettanta chiarezza sui guadagni.

La quota piu' grande della spesa va in data center, chip e infrastruttura elettrica per l'IA.

I segnali di questa settimana

Tre notizie recenti aiutano a leggere la dimensione del fenomeno. Oracle, che pure non rientra nel quartetto, ha chiuso l'anno fiscale con ricavi record da 67,4 miliardi e una divisione cloud a +39%, alimentata proprio dalla domanda di capacita' di calcolo per l'IA. La startup di chip Groq ha raccolto 650 milioni per costruire una nuova nuvola dedicata all'inferenza. E sul fronte energetico continuano ad accumularsi accordi pluriennali, spesso legati al nucleare, per garantire ai data center l'elettricita' che serve.

Sono tessere diverse dello stesso mosaico: chi vuole stare nella partita dell'IA deve mettere sul tavolo capitale in quantita' enormi, e attorno ai giganti si muove un ecosistema di fornitori — produttori di chip, costruttori di data center, utility elettriche — che vive di questa spesa. E' un'economia che si autoalimenta, almeno finche' la domanda di servizi IA continua a crescere.

Attorno alla spesa dei giganti vive un intero ecosistema di chip, data center ed energia.

La domanda da 725 miliardi: i conti torneranno?

Il vero nodo non e' quanto si spende, ma se quella spesa si trasformera' in profitti durevoli. Il rischio sistemico, evocato da un numero crescente di analisti, e' quello di una bolla: se la domanda di servizi IA dovesse crescere meno del previsto, una parte di questi data center rischierebbe di restare sottoutilizzata, con effetti su bilanci e mercati. Non sarebbe la prima volta che un'ondata di investimenti in infrastruttura — come accadde con la fibra ottica all'inizio degli anni Duemila — anticipa la domanda di troppo, lasciando capacita' inutilizzata per anni.

Gli ottimisti ribattono che il paragone con le bolle del passato e' fuorviante, perche' qui la domanda esiste gia' ed e' misurabile: i data center si riempiono man mano che vengono costruiti, e aziende come Microsoft e Google dichiarano di non riuscire a stare dietro alle richieste di capacita'. In questa lettura, non spendere sarebbe il rischio piu' grande: chi resta indietro nell'infrastruttura oggi potrebbe trovarsi senza la capacita' di calcolo necessaria domani, quando l'IA sara' integrata in ogni prodotto. E' la logica che spinge i consigli di amministrazione ad approvare cifre che fino a pochi anni fa sarebbero state impensabili: la paura di perdere il treno vale, per loro, piu' del timore di sprecare risorse.

C'e' poi un risvolto che riguarda tutti, non solo Wall Street. Questa mole di investimenti tiene in piedi una catena globale e pesa sulle reti elettriche dei territori dove gli impianti sorgono, con ricadute sulle tariffe e sul consumo di energia e acqua. Per l'Italia e l'Europa, che inseguono con cifre molto piu' contenute e progetti di sovranita' tecnologica, il divario di spesa con i giganti americani — e con la Cina — e' una delle ragioni per cui la partita dei modelli di frontiera resta, per ora, prevalentemente fuori dai confini europei. I 725 miliardi del 2026 non sono solo un dato contabile: sono la misura di chi ha le risorse per dettare il ritmo dell'IA nei prossimi anni. La storia dira' se questa scommessa collettiva e' stata lungimiranza o eccesso; quel che e' certo, gia' oggi, e' che il costo di restare nella partita e' diventato cosi' alto da escludere quasi tutti tranne una manciata di colossi. E questo, a prescindere dalla bolla, e' di per se' un fatto che ridisegna gli equilibri di potere dell'economia digitale.