A Roma, al Festival del Lavoro 2026 in corso dal 21 al 23 maggio, la Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro ha presentato un'indagine che fotografa un Paese a due velocità: l'intelligenza artificiale è ormai uno strumento quotidiano per i professionisti italiani, ma quasi sempre senza regole, formazione o controlli. Solo il 31,6% di chi la usa dichiara che nella propria organizzazione l'IA è accompagnata da linee guida, corsi o strumenti di indirizzo. Negli altri due casi su tre, ognuno fa da sé.
Chi usa l'IA al lavoro in Italia, e quanto spesso
Il dato più sorprendente riguarda il profilo di chi adotta questi strumenti. Quasi l'80% di chi usa l'IA per supportare il proprio lavoro appartiene a professioni altamente qualificate: avvocati, commercialisti, consulenti, dirigenti, tecnici specializzati. Non è quindi una scorciatoia per mansioni semplici, ma un alleato dei lavori a più alto valore aggiunto.
L'uso è già strutturale: il 68,7% degli utilizzatori vi ricorre ogni giorno e il 21,6% la definisce uno strumento di impiego costante, integrato nel flusso di lavoro. Per redigere bozze, riassumere documenti, tradurre, cercare informazioni o preparare analisi, l'IA è diventata un collega invisibile sempre acceso.
Il vuoto di regole e formazione nelle aziende
È qui che l'indagine accende il campanello d'allarme. A fronte di un'adozione così diffusa, la governance è quasi assente: due organizzazioni su tre non hanno fissato regole su cosa si può e non si può fare con l'IA, su quali dati si possono caricare, su come verificare i risultati. La conseguenza pratica è che informazioni riservate, dati personali e documenti sensibili rischiano di finire in chat e servizi esterni senza alcun filtro.
La mancanza di formazione amplifica il problema. Senza una preparazione di base, l'utente tende a fidarsi del testo prodotto dal modello come se fosse verificato, ignorando il rischio di errori, invenzioni (le cosiddette «allucinazioni») e bias. Lo strumento è potente, ma usato senza istruzioni diventa una fonte di rischio legale e reputazionale.
Quando l'IA entra nelle decisioni
L'aspetto più delicato emerso al Festival è lo spostamento dell'IA dai compiti esecutivi ai processi decisionali. Non si tratta più solo di far scrivere una mail o riassumere un verbale: in molti casi i suggerimenti del modello orientano scelte che hanno effetti su persone, contratti e clienti. Quando ciò avviene senza supervisione né tracciabilità, si crea una zona grigia in cui non è chiaro chi risponde di un errore.
Il tema si intreccia con il quadro normativo europeo. L'AI Act dell'Unione europea impone obblighi crescenti sui sistemi ad alto rischio e prevede, fin dal 2025, doveri di «alfabetizzazione» sull'IA per chi la mette in mano ai propri dipendenti. L'Italia, che si è dotata di una propria legge nazionale sull'IA, dovrà tradurre questi principi in pratiche aziendali concrete.
Cosa dovrebbero fare imprese e professionisti
Le indicazioni che arrivano dal Festival del Lavoro sono pragmatiche e a costo quasi nullo:
- Una policy interna minima: quali strumenti sono autorizzati, quali dati non vanno mai inseriti, chi è responsabile della verifica finale.
- Formazione di base obbligatoria per chi usa l'IA: come scrivere richieste efficaci, come riconoscere un risultato inaffidabile, quando serve l'intervento umano.
- Versioni business dei servizi (con garanzie sul trattamento dei dati) al posto degli account personali gratuiti per le attività professionali.
- Tracciabilità: tenere nota di quando una decisione è stata supportata dall'IA, soprattutto negli ambiti regolati.
Il messaggio della Fondazione Studi è chiaro: l'IA nel lavoro italiano non è più una promessa futura ma una realtà di tutti i giorni. La vera urgenza non è convincere i professionisti a usarla — lo fanno già — ma dare loro le regole e la formazione per usarla bene.




