Sei mesi dopo aver venduto a Nvidia la propria tecnologia di punta per 20 miliardi di dollari, la startup di chip Groq ha confermato il 22 giugno 2026 una nuova raccolta da 650 milioni di dollari per finanziare il suo «secondo atto»: non piu' progettare silicio, ma vendere potenza di calcolo per l'inferenza dell'IA come una nuova nuvola, una neocloud.
L'accordo con Nvidia e i 7,6 miliardi distribuiti
Per capire la portata della svolta bisogna tornare a dicembre 2025, quando Nvidia ha firmato un accordo di licenza non esclusivo da 20 miliardi di dollari sull'architettura LPU (Language Processing Unit) di Groq, portandosi a casa anche il fondatore e amministratore delegato Jonathan Ross e gran parte del team di ingegneria. Una manovra che la stampa di settore ha ribattezzato «not-acqui-hire»: non un'acquisizione formale — che avrebbe attirato l'attenzione delle autorita' antitrust — ma di fatto l'assorbimento del cuore tecnico e umano dell'azienda.
L'operazione ha gia' prodotto ricchezza per i soci: entro febbraio 2026 Groq aveva distribuito circa 7,6 miliardi di dollari, all'incirca 64 dollari per azione, come primo pagamento legato all'intesa. In altre parole, chi aveva investito nella startup ha gia' incassato gran parte del valore. La domanda, da quel momento, e' diventata: cosa fare di cio' che resta?
Cosa diventa adesso Groq: la «neocloud» dell'inferenza
Quello che resta dell'azienda viene rifondato. Alla guida ci sono ora due veterani, Adam Winter come CEO e Matt Eng come direttore finanziario, e la strategia cambia direzione in modo netto: via dalla competizione diretta sul disegno dei chip, verso la costruzione di un'infrastruttura cloud dedicata all'inferenza, cioe' all'esecuzione dei modelli gia' addestrati.
E' la scelta giusta nel posto giusto. L'addestramento dei grandi modelli e' un evento raro e costosissimo; l'inferenza, invece, e' continua: ogni messaggio inviato a un chatbot, ogni passo di un agente IA, ogni immagine generata e' un'operazione di inferenza, e si paga a ogni richiesta. E' il segmento che cresce di piu' e su cui si gioca il margine reale del settore. Groq, con chip pensati per la bassa latenza, su questo terreno aveva costruito la propria reputazione.
Il nuovo round, riportato da TechCrunch e Bloomberg, e' stato guidato da investitori gia' presenti nel capitale, la societa' Disruptive e il fondo Infinitum, entrambi con rappresentanti nel consiglio. Groq non ha comunicato la nuova valutazione; l'ultima nota era di 6,9 miliardi di dollari dopo un round da 750 milioni a settembre.
Perche' il caso Groq racconta il mercato dei chip IA
La vicenda e' uno spaccato di come si muove oggi il mercato. Nvidia domina l'addestramento dei grandi modelli con le sue GPU, ma l'inferenza e' una partita piu' aperta, dove contano efficienza energetica e costo per risposta. Comprando la tecnologia e gli ingegneri di Groq, Nvidia neutralizza un potenziale rivale e si rafforza proprio dove era piu' esposta. Per Groq, incassare miliardi e ripartire come fornitore di servizi cloud e' un modo per restare in gioco senza dover competere sul terreno dove ha appena venduto le armi migliori.
C'e' anche una lettura piu' ampia, che riguarda l'intero settore. Negli ultimi due anni decine di startup di chip avevano sfidato Nvidia promettendo architetture alternative piu' efficienti per l'IA: Groq con le sue LPU, ma anche altri nomi come Tenstorrent, Cerebras e SambaNova. La parabola di Groq mostra quanto sia difficile, per queste aziende, restare indipendenti: progettare silicio richiede capitali enormi e tempi lunghi, e quando arriva un'offerta da venti miliardi diventa razionale accettarla. Il risultato e' una concentrazione crescente, in cui il leader del mercato non solo vende piu' di tutti, ma assorbe anche chi avrebbe potuto insidiarlo. Per chi compra hardware — dalle big tech alle startup — meno concorrenza significa, nel lungo periodo, meno alternative e potenzialmente prezzi piu' alti.
Il rischio e' evidente: una neocloud dell'inferenza deve comprare hardware (spesso proprio da Nvidia), gestire data center e marginare su un mercato affollato, dove si muovono colossi come AWS, Microsoft e Google e startup ben finanziate come CoreWeave o Baseten. I 650 milioni servono a comprare tempo e capacita'. Se il secondo atto avra' successo dipendera' dalla capacita' di Groq di trasformare la fama tecnica in clienti paganti, ora che il talento che l'aveva costruita lavora altrove. E' una scommessa che molte startup, dopo aver venduto il proprio pezzo migliore, non riescono a vincere: il nome resta, ma l'anima si e' trasferita. La differenza, stavolta, e' che Groq riparte con il portafoglio pieno: pochi fondatori hanno la fortuna di reinventarsi con centinaia di milioni in cassa e un mercato in piena espansione davanti. Per l'osservatore italiano ed europeo, infine, la vicenda e' un promemoria di quanto la catena del valore dell'IA — dai chip all'inferenza fino ai modelli — resti saldamente in mani americane, con poche eccezioni asiatiche e quasi nessuna europea.




