Il 79% delle piccole e medie imprese italiane usa già strumenti di intelligenza artificiale nel lavoro quotidiano, ma meno di quattro su dieci si sono dotate di una policy interna che ne regoli l'uso. È la fotografia che emerge da una ricerca su 1.000 decisori di PMI in Italia, rilanciata a maggio nell'ambito del programma SME AI Accelerator di OpenAI, Confartigianato Imprese e Booking.com.

Il dato racconta un Paese a due velocità: l'adozione dal basso corre, ma la consapevolezza organizzativa arranca. Tradotto: molti imprenditori e dipendenti usano ChatGPT e simili "di nascosto", senza istruzioni su privacy, dati aziendali e verifica dei risultati.

Quanto tempo fa risparmiare l'IA alle PMI

Secondo l'indagine, le PMI italiane che adottano strumenti di IA risparmiano in media oltre cinque ore a settimana: tempo sottratto a compiti ripetitivi come scrivere email, preparare preventivi, riassumere documenti o tradurre. Il 46% dichiara di voler ampliare l'uso dell'IA nei prossimi 90 giorni. La direzione, insomma, è segnata.

Il quadro è coerente con altri rilevamenti recenti: secondo l'edizione italiana di "State of AI" di Deloitte, l'82% delle aziende intervistate prevede di aumentare gli investimenti in IA nel prossimo anno e il 92% si aspetta un incremento di produttività grazie a questi strumenti. L'IA, per le imprese italiane, non è più una curiosità ma una leva di efficienza già concreta.

Le PMI che usano l'IA dichiarano di risparmiare in media oltre cinque ore a settimana.

Il programma SME AI Accelerator e i suoi limiti

Lo SME AI Accelerator è un'iniziativa europea che punta a raggiungere 10.000 PMI in sei Paesi (Italia, Francia, Germania, Polonia, Irlanda e Regno Unito) con formazione gratuita, workshop pratici e crediti per provare ChatGPT. L'evento italiano si è tenuto a metà maggio all'ADI Design Museum di Milano, con il supporto di Reply.

Non sono mancate le critiche. Alcuni osservatori hanno notato che una formazione gratuita di base, per quanto utile, rischia di non bastare: il vero divario non è saper aprire un chatbot, ma integrare l'IA nei processi aziendali, gestire i dati in modo conforme al GDPR e formare figure capaci di valutare i risultati. Senza questo salto, l'IA resta un acceleratore individuale e non una trasformazione d'impresa.

Le tre barriere che frenano le aziende

La ricerca individua tre ostacoli principali all'adozione strutturata. Il primo è il divario di competenze e formazione: manca personale in grado di scegliere gli strumenti giusti e usarli con metodo. Il secondo riguarda privacy e sicurezza: il timore, fondato, di esporre dati sensibili di clienti e fornitori inserendoli in servizi cloud. Il terzo è banale ma decisivo: la mancanza di tempo per sperimentare in aziende già sotto pressione operativa.

Proprio l'assenza di policy interne, segnalata da oltre il 60% delle PMI, amplifica questi rischi. Senza regole su quali dati si possono inserire in un chatbot, quali strumenti sono approvati e come controllare gli output, l'uso spontaneo dell'IA può tradursi in fughe di informazioni o errori non verificati che finiscono in preventivi e contratti.

Cosa può fare concretamente una piccola impresa

Per chi guida una PMI, alcune mosse hanno un costo quasi nullo e un impatto immediato. Definire una semplice policy di una pagina: quali strumenti usare, quali dati non inserire mai (anagrafiche clienti, dati sanitari, segreti industriali), e l'obbligo di verificare ogni output prima di usarlo verso l'esterno. Scegliere, dove possibile, piani business che offrono garanzie sul trattamento dei dati. Individuare uno o due casi d'uso prioritari — ad esempio la gestione delle email o la stesura di offerte — e misurare il tempo risparmiato prima di allargare.

Il messaggio che arriva dalle imprese italiane è incoraggiante e ambivalente al tempo stesso: l'IA è già entrata nel tessuto produttivo del Paese, ma trasformarla da scorciatoia personale a vantaggio competitivo richiede regole, formazione e attenzione ai dati. La tecnologia, da sola, non basta.