A maggio 2026 non c'era più un solo grande operatore di cloud che non avesse messo la firma su un accordo per l'energia nucleare: secondo un'analisi di Ken Silverstein pubblicata su Forbes il 26 luglio 2026, i colossi dell'intelligenza artificiale hanno annunciato 13 progetti nucleari per oltre 9,8 gigawatt di capacità. È la cifra che racconta meglio di ogni slogan cosa sta accadendo: la fame di elettricità dei data center per l'IA sta rendendo di nuovo "bancabile", cioè finanziabile, una tecnologia che negli Stati Uniti era rimasta ferma per quattro decenni.

La parola chiave è proprio questa: bancabile. Per anni costruire una centrale nucleare ha significato preventivi che sfuggivano di mano, cantieri interminabili e nessun compratore disposto a garantire in anticipo l'acquisto dell'energia. Oggi quel compratore c'è, ed è disposto a impegnarsi per vent'anni: le Big Tech. La domanda è se questo entusiasmo reggerà alla prova dei fatti, perché non tutti gli esperti sono convinti.

Le centrali nucleari offrono energia costante e senza emissioni di CO2, caratteristica sempre più richiesta dai data center per l'IA.

Quanti gigawatt di nucleare ha già prenotato l'IA

I numeri raccolti da Silverstein fotografano un cambio di scala. I 13 progetti annunciati valgono più di 9,8 GW: per avere un'idea, secondo l'analisi bastano a coprire il fabbisogno di circa 7 milioni di case. A guidare la corsa c'è Meta, che da sola punta a un massimo di 6,6 GW attraverso una serie di intese con quattro attori diversi del settore: TerraPower, con il suo reattore Natrium di tipo SFR (raffreddato a sodio); Oklo, con il piccolo reattore Aurora; e i produttori Vistra e Constellation.

Sul fronte opposto, quello della domanda, c'è la crescita esplosiva dei data center dedicati all'IA. La loro capacità installata ha raggiunto circa 29,6 GW a fine 2025. È un carico elettrico che cresce a ritmi impensabili fino a pochi anni fa, e che ha un profilo particolare: gira ventiquattr'ore su ventiquattro, sette giorni su sette.

Perché l'IA consuma così tanta elettricità

Addestrare e far funzionare i grandi modelli linguistici richiede migliaia di processori grafici (GPU) che lavorano in parallelo, dentro capannoni pieni di server che vanno alimentati e soprattutto raffreddati senza interruzioni. Ogni interrogazione a un modello di IA, ogni immagine generata, ogni sessione di addestramento si traduce in energia consumata. E a differenza di un ufficio o di un'abitazione, un data center non "stacca" mai: il suo consumo è piatto e continuo, giorno e notte, tutto l'anno.

È qui che entra in gioco l'attrattiva del nucleare. Una centrale atomica produce elettricità in modo costante e prevedibile, senza emissioni dirette di anidride carbonica. Il solare e l'eolico costano meno e si installano in fretta, ma sono intermittenti: il sole tramonta, il vento cala. Per un carico che deve restare acceso senza pause, questa variabilità è un problema, che si può tamponare con batterie o centrali di riserva, spesso a gas. Il nucleare, invece, offre quella che gli ingegneri chiamano energia "di base": sempre disponibile, alla stessa potenza, indipendente dal meteo. Per chi ha promesso di alimentare i propri data center con fonti a basse emissioni, è una combinazione difficile da eguagliare.

Il nucleare fornisce energia "di base", disponibile alla stessa potenza giorno e notte, indipendentemente dal meteo.

Gli accordi di Microsoft, Meta e Amazon

Oltre a Meta, gli altri due protagonisti citati nell'analisi mostrano tre strategie diverse per assicurarsi elettricità nucleare.

Microsoft ha scelto la via del contratto di lungo periodo. Ha firmato un PPA (Power Purchase Agreement, un accordo di acquisto dell'energia) ventennale da 16 miliardi di dollari legato al riavvio di Three Mile Island Unit 1, un reattore da 835 MW il cui ritorno in funzione è atteso nel 2027. È un dato che colpisce per il valore simbolico: Three Mile Island è il sito del più grave incidente nucleare della storia statunitense, avvenuto nel 1979 su un'altra unità dello stesso impianto. Che oggi un'azienda tecnologica ne finanzi la riaccensione dice quanto sia cambiato il clima attorno all'atomo.

Amazon ha preferito un approccio immobiliare e infrastrutturale: ha speso 650 milioni di dollari per acquistare un campus di data center adiacente a un impianto nucleare, così da attingere direttamente alla sua produzione. Meta, come detto, ha diversificato al massimo, distribuendo le proprie scommesse tra reattori tradizionali e nuovi progetti di reattori avanzati.

Il filo comune, sottolinea Silverstein, è che queste aziende stanno finanziando gli impianti in prima persona. In questo modo stanno riuscendo dove per quarant'anni hanno fallito il governo americano e l'industria elettrica: rendere di nuovo economicamente sostenibile la costruzione di centrali nucleari, perché finalmente esiste un acquirente solido pronto a garantire in anticipo i ricavi.

Perché alcuni esperti parlano di "hype"

Non tutti però leggono questi annunci come una svolta certa. Il 24 luglio 2026 il Bulletin of the Atomic Scientists ha pubblicato un'analisi dal titolo esplicito: non lasciatevi ingannare dalla campagna delle Big Tech sul nucleare di nuova generazione.

Il punto sollevato è tecnico ma decisivo. Molti degli accordi più pubblicizzati non riguardano reattori già esistenti, bensì i cosiddetti SMR, i piccoli reattori modulari (Small Modular Reactors) di nuova generazione: impianti compatti, in teoria costruibili in serie in fabbrica e più rapidi da installare. Il problema è che questi reattori sono ancora lontani dalla commercializzazione. I tempi di realizzazione e i costi finali restano molto incerti, e la storia recente del nucleare è piena di progetti annunciati con date che poi sono slittate di anni e budget lievitati.

Firmare un accordo non equivale ad accendere un reattore: tra l'annuncio e i primi kilowattora possono passare molti anni, e in alcuni casi il progetto può non arrivare mai alla rete.

La distinzione da tenere a mente è quindi tra ciò che è già disponibile e ciò che è ancora sulla carta. Il riavvio di un reattore esistente come Three Mile Island Unit 1 poggia su tecnologia collaudata e su una data ravvicinata (il 2027). Un reattore avanzato come il Natrium di TerraPower o l'Aurora di Oklo, invece, deve ancora dimostrare di funzionare su scala commerciale, ottenere tutte le autorizzazioni e rispettare i costi promessi. È la differenza che separa l'entusiasmo degli annunci dalla realtà dei cantieri.

Tra la firma di un accordo e i primi kilowattora prodotti possono passare molti anni, avvertono gli esperti del Bulletin of the Atomic Scientists.

Cosa serve perché i nuovi reattori arrivino davvero

Mettendo insieme i due punti di vista, il quadro è quello di una scommessa reale ma non ancora vinta. Da un lato è innegabile che qualcosa sia cambiato: la presenza di compratori disposti a impegnarsi per vent'anni con contratti miliardari risolve il problema storico del nucleare, cioè l'assenza di garanzie sui ricavi. Questo rende i progetti "bancabili" e attira i capitali privati, come rileva anche l'analisi di Silverstein.

Dall'altro lato, perché la promessa si trasformi in gigawatt effettivi servono alcune condizioni concrete. I reattori modulari devono superare le fasi di certificazione e dimostrare, con i primi impianti realmente costruiti, che i costi e i tempi di serie sono quelli previsti. Le reti elettriche devono essere in grado di assorbire e distribuire questa nuova capacità. E i finanziamenti annunciati devono reggere anche se i cantieri dovessero incontrare ritardi, come quasi sempre è accaduto nel settore.

Per il lettore italiano il segnale è comunque significativo. La corsa all'IA sta riscrivendo il mercato dell'energia negli Stati Uniti, spingendo verso il nucleare come fonte pulita e continua per alimentare i data center. Se la scommessa funzionerà lo diranno i prossimi anni: il 2027 di Three Mile Island sarà il primo banco di prova concreto, mentre per i reattori di nuova generazione la verità arriverà più tardi. Nel frattempo, conviene distinguere sempre tra i gigawatt firmati sulla carta e quelli davvero collegati alla rete.