Sony Music ha depositato lunedi' 20 luglio 2026 una seconda causa per violazione del diritto d'autore contro Udio, la piattaforma di musica generativa, davanti al tribunale federale del Distretto Sud di New York. L'accusa e' precisa nei numeri: Udio avrebbe copiato senza autorizzazione 30.117 registrazioni sonore di proprieta' dell'etichetta per addestrare i propri modelli di intelligenza artificiale.
Non e' un contenzioso nuovo di zecca, ma la coda di una battaglia che va avanti da due anni. La mossa arriva infatti dopo che, il 29 giugno, un giudice aveva respinto la richiesta di Sony di aggiungere proprio quei 30.117 brani alla causa originale, aperta nel giugno 2024 e limitata a 333 opere. Il tribunale, negando l'aggiunta, aveva pero' riconosciuto che l'etichetta poteva far valere quelle pretese separatamente: «non c'e' alcun obbligo che cio' avvenga in quella causa». Sony ha preso la parola in senso letterale e ha aperto un secondo fronte.
Cosa contesta Sony: lo «stream ripping» da YouTube
Il cuore dell'accusa e' il modo in cui Udio si sarebbe procurata la musica. Secondo l'atto, molte registrazioni sarebbero state ottenute tramite «stream ripping», cioe' l'estrazione dell'audio dai video di YouTube usando lo strumento open source yt-dlp. In pratica, l'azienda avrebbe scaricato i file musicali aggirando le protezioni della piattaforma, per poi darli in pasto ai modelli che generano canzoni su richiesta.
Sony sostiene inoltre che il recente avvicinamento di Udio agli accordi di licenza sia una implicita ammissione: la «tardiva adesione alle licenze non fa che sottolineare l'illegalita' della decisione di copiare le registrazioni, senza licenza, in primo luogo». Tradotto: se ora vuoi pagare i diritti, e' perche' sapevi di doverli pagare prima.
Quanto rischia Udio: i tre capi d'accusa
La causa costruisce la richiesta di danni su tre pilastri giuridici distinti:
- Registrazioni successive al 1972, tutelate dal diritto d'autore federale, con richiesta fino a 150.000 dollari per opera in caso di violazione dolosa;
- Registrazioni anteriori al 1972, protette da un quadro normativo diverso ma comunque azionabile;
- Violazione delle norme anti-aggiramento del DMCA (il Digital Millennium Copyright Act), con richiesta di 2.500 dollari per ogni atto di elusione delle protezioni tecniche.
Fatti i conti sul solo primo capo, oltre 30.000 opere moltiplicate per il massimo teorico portano a cifre astronomiche: un modo per Sony di alzare la posta e spingere verso un accordo, come gia' avvenuto con i concorrenti.
Perche' Sony e' rimasta l'unica major in trincea
Il contesto spiega la determinazione dell'etichetta. Universal Music aveva trovato un'intesa con Udio nell'ottobre 2025, e anche Warner ha successivamente chiuso un accordo di licenza. Sony e' cosi' l'ultima major senza patto con la piattaforma, e la sola ancora disposta a portare la questione fino in fondo davanti a un giudice. Sul fronte parallelo, la stessa Sony ha in corso una causa contro Suno, l'altra grande startup della musica generativa, incardinata in Massachusetts.
La posta in gioco va oltre i due contendenti. Le cause contro Suno e Udio sono diventate il banco di prova su cui si decidera' se e come l'industria musicale riuscira' a imporre un modello di licenza all'IA generativa, sul modello di quanto sta accadendo con i testi e le immagini. Un eventuale accordo economico ricalcherebbe la strada gia' battuta da chi ha preferito monetizzare piuttosto che rischiare un verdetto; una sentenza di merito, al contrario, fisserebbe un precedente destinato a pesare su tutto il settore.
Cosa cambia per chi ascolta e per chi crea
Per gli utenti, nell'immediato, nulla: Udio resta online e continua a generare brani. Ma la vicenda ridisegna il perimetro entro cui questi strumenti potranno muoversi. Se le major otterranno licenze retroattive, il costo dei diritti finira' per riflettersi sui piani a pagamento delle piattaforme; se invece prevarra' la linea dura, alcune funzioni potrebbero essere limitate o i cataloghi di addestramento «ripuliti». Per artisti e autori, infine, il caso e' l'ennesimo capitolo di una domanda ancora aperta: chi ha diritto a un compenso quando una macchina impara dalla loro musica? La risposta, per ora, la stanno scrivendo i tribunali americani, una causa alla volta.
Nota metodologica: i dati e le citazioni riportati provengono dagli atti processuali ricostruiti da Music Business Worldwide, incrociati con la cronaca del contenzioso pubblicata dal RightsTech Project.




