xAI, l'azienda di intelligenza artificiale di Elon Musk, ha depositato lunedi' 28 luglio una causa federale contro il procuratore generale del Minnesota, Keith Ellison, per bloccare una legge statale – la prima del suo genere negli Stati Uniti – che vieta app e siti capaci di generare immagini intime non consensuali. Il provvedimento entra in vigore il 1 agosto e prevede multe da 500 mila dollari per ogni volta che un utente crea un deepfake esplicito di una persona reale senza il suo consenso. xAI sostiene che la norma violi il Primo Emendamento della Costituzione.
Cosa vieta la legge del Minnesota
La legge, descritta come la prima negli Stati Uniti a colpire specificamente la tecnologia di "nudificazione", non punisce il singolo utente ma prende di mira gli sviluppatori e i gestori degli strumenti: chi mette a disposizione software in grado di "spogliare" digitalmente una persona rischia sanzioni pesantissime per ciascun contenuto illecito prodotto. La ratio, spiegata dallo stesso Ellison, e' che questi strumenti causano danni concreti alle vittime. "La nudificazione tramite IA priva il bersaglio della sua dignita' e puo' provocare danni enormi su molti piani", ha scritto il procuratore, citato dalla CNBC. Piu' laconico il governatore Tim Walz: "Ci vediamo in tribunale, verme".
L'argomento di xAI: liberta' di espressione
Nella sua azione legale xAI sostiene che la legge "impone un divieto eccessivamente ampio e basato sul contenuto alla liberta' di parola e agli strumenti dell'espressione visiva, nel tentativo maldestro di proibire la 'nudificazione'". L'azienda insiste inoltre sulla vaghezza della norma: la definizione di "parte intima", a suo dire, sarebbe cosi' estesa da vietare anche la rappresentazione di uomini a torso nudo, di persone in pantaloncini o in costume da bagno, andando "ben oltre cio' che una persona comune considererebbe 'nudificazione'". E' una linea difensiva ricorrente per l'azienda: come ricorda Quartz, xAI aveva gia' contestato con successo, almeno in parte, una legge californiana sui contenuti generati dall'IA, ottenendo l'annullamento della disposizione che ne limitava l'uso in ambito elettorale.
La tecnologia dietro la 'nudificazione'
Per capire la portata dello scontro serve inquadrare la tecnologia. Le app di "nudify" usano modelli generativi capaci di modificare un'immagine reale – una foto presa dai social, per esempio – sostituendo i vestiti con una rappresentazione del corpo nudo verosimile ma inventata. Fino a pochi anni fa servivano competenze tecniche; oggi bastano un'app e pochi secondi, con costi minimi. E' questa democratizzazione dell'abuso ad aver spinto i legislatori a intervenire: il danno non e' teorico, ma colpisce persone concrete, spesso senza che possano nemmeno accorgersene in tempo. Il problema investe anche i minori, con casi documentati di immagini artificiali usate per molestie tra adolescenti.
Sul piano giuridico, la difesa basata sul Primo Emendamento si scontra con un principio consolidato: la liberta' di espressione non e' assoluta e conosce eccezioni, tra cui le immagini intime non consensuali e i contenuti che ledono direttamente terzi. La domanda che i tribunali dovranno sciogliere e' se la legge del Minnesota abbia colpito nel segno o se, come sostiene xAI, sia scritta in modo cosi' ampio da travolgere anche espressioni protette. Non e' una questione solo americana: anche in Europa e in Italia la diffusione di deepfake sessuali non consensuali e' al centro di interventi normativi, con l'introduzione di reati specifici e aggravanti.
Un fronte che si allarga
La disputa arriva mentre la pressione politica sulle immagini sessuali artificiali cresce su piu' fronti. Come riportato da CBS News, oltre alla legge del Minnesota, a San Francisco le autorita' hanno chiesto agli app store di rimuovere le applicazioni di nudificazione. Il tema tocca un nervo scoperto: da un lato la tutela delle vittime – spesso donne e minori – da abusi che con l'IA generativa sono diventati facili e a basso costo; dall'altro il timore che norme troppo ampie finiscano per comprimere forme legittime di espressione o di creazione di immagini.
Il contenzioso mette poi in luce una tensione strutturale nel modo in cui Musk interpreta l'intelligenza artificiale. xAI ha costruito la propria immagine sull'idea di un'IA "senza filtri", contrapposta a quella che considera l'eccessiva prudenza dei concorrenti; ma proprio questa impostazione la espone a scontri frontali con i legislatori quando in gioco ci sono abusi e danni a terzi. La causa in Minnesota non riguarda direttamente Grok, il chatbot dell'azienda, bensi' la difesa di un principio: fin dove puo' spingersi la regolazione degli strumenti generativi senza calpestare la liberta' di espressione. E' un principio che l'azienda ha gia' scelto di far valere in tribunale piu' di una volta.
Il caso Minnesota diventera' probabilmente un precedente. Se la legge reggera' al vaglio costituzionale, altri Stati seguiranno con provvedimenti analoghi; se prevarra' la tesi di xAI sulla genericita' e sull'ampiezza eccessiva, i legislatori dovranno riscrivere le norme con definizioni piu' chirurgiche. In mezzo resta il problema reale che ha spinto il Minnesota a intervenire: la diffusione di deepfake intimi non consensuali e la difficolta', per chi li subisce, di ottenere protezione rapida ed efficace.




